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Bastione S. Giustina: Riqualificazione = Orrore

Il "restauro" del Bastione "Santa Giustina" - che si vede meglio da via Sanmicheli - non è solo restauro, è anche "riqualificazione"; presumo per lettura che si tratti di un’operazione di nobile intento: riportare alla modernità una struttura ritenuta fin troppo incastrata nel passato, isolata, immobile, perduta. Un tema di "recupero". Trasformarlo in un roseto, offrire ai Padovani, e non solo, un campionario di rose Tea, Antiche, Pompon rampicanti e Rosetta tappezzanti.

Tema progettuale che trova nell’Università un Corso di Laurea: "Recupero e conservazione degli edifici", nel quale tra l’altro ci si propone: "L’indagine storico-filologica; Teorie e tendenze sui problemi del restauro; Conservazione e restituzione dell’opera architettonica, ecc." L’inquadramento, dell’intervento sul Bastione, all’interno della Facoltà d’Ingegneria edile è indispensabile per comprendere la formazione dei progettisti, la loro mentalità. Questo perché i politici per una volta occorre sia lasciarli fuori sia tirarli dentro: fuori poiché si sono occupati del problema politico di far qualcosa delle mura per offrirle alla città (il resto è responsabilità dei progettisti); dentro poiché se si vogliono mostrare all’altezza, tagliare nastri e stappare bottiglie di spumante, devono anche farsi carico dell’"effetto che fa".

Certo è - non ci sono dubbi - che l’intervento attuato dal prof. C. Modena, con la direzione artistica (?) del dott. M. D’Ambra e N. Bergamin non è collocabile all’interno di una seppur sfumata disciplina progettuale. Sta fuori.

Un linguaggio vernacolare, quasi non si fosse studiato nulla, non si conosca nulla di qual è la formazione di un progettista, di colui che si dovrebbe occupare di Restauro e Conservazione a fini di riuso; ed allora che dire. In quell’intervento non ci sono riscontri di Teoria o pratica del Restauro, né in quella di Composizione architettonica, né in quella della Scienza delle costruzioni, né - nel caso della rampa - di buon senso.

Pertanto non è possibile approfondire o segnalare vette o lacune disciplinari vuoi per un motivo o per l’altro, segnalare eccellenze o incongruenze, non è possibile semplicemente perché nella loro totalità le discipline sono state del tutto ignorate; ed è appunto per questo che le difficoltà d’analisi dell’intervento sono estreme in quanto prive di un qualsiasi riferimento parametro di valutazione.

La parte che più colpisce è l’uso (abuso) del calcestruzzo armato. È una vecchia debolezza di coloro che tendono a cavarsela con poca fatica progettuale, che lo impiegano come il prezzemolo senza rendersi conto della sua pericolosità, della necessità di scegliere per bene in quali occasioni impiegarlo e in quali no. Ecco, nel "Santa Giustina" non era il caso, proprio non era: va tolto. E se anche fosse, lo si impiega così? A diretto contatto con la muratura storica? Cari progettisti, da tempo, quando si ricostruisce, si restaura, se si integra con del materiale diverso da quello originale si applica una semplice regoletta: la distinzione per separazione (separazione) delle componenti.

La distinzione-separazione ha la finalità di far leggere quel che è successo all’opera, il suo vissuto, le tragedie che l’hanno coinvolta, delle quali è stata protagonista. Se non suonasse ad offesa si potrebbero citare esempi a non finire dove parti di colonne, capitelli, trabeazioni, sono state aggiunte ma certo stando ben attenti acchè non si perda la traccia dell’evento; o anche murature intergrate da materiali diversi ma che con la loro mantenuta diversità consentono una valutazione temporale del monumento, della sua storia.

Questa è la regola prima, base, la più indiscussa, applicata da tutti, i gradi primi di qualsiasi intervento. Nel "Santa Giustina" manca anche questo. Se manca anche la prima delle possibili caratteristiche che segnalano la presenza della cultura del restauro ciò significa una sola cosa: è un intervento posto al di fuori della pratica, dell’attività oramai plurisecolare svolta per il recupero e il riuso, svolta nel pieno e naturale ed istintivo rispetto per i monumenti. Un intervento che non ti lascia la possibilità d’analisi e di critica poiché ti lascia: senza parole.

Bepi Contin