Tre proposte contro il disastroso intervento sul Bastione S. Giustina
Tre proposte degli “Amissi del Piovego” contro il disastroso intervento sul Bastione S. Giustina del prof. C. Modena (facoltà di Ingegneria) e del dott. M. D’ Ambra (studio Ares).
Eliminare la vergognosa rampa di cemento totalmente inutile.
La nuova rampa è inutile in modo molto evidente. Non può essere utilizzata per la sua peculiare funzione, ossia permettere l’agevole salita da un piano inferiore ad uno superiore. Ma, se questa rampa fosse solo inutile, non riscontreremmo nessun problema. Purtroppo la rampa, per il fatto di essere parte integrante dell’andito in calcestruzzo armato collocato al centro del terrapieno, risulta essere dannosa alla conservazione di quanto resta ancora del bastione cinquecentesco. L’inserimento di questo cubo d’andito con due aperture per altrettanti inediti accessi alle casematte ha comportato la creazione di due profondi coni nel terreno in cui si raccolgono rapidamente le acque piovane che cadono sul sedime del bastione. Per ora, in assenza di pompe aspiranti a funzionamento automatico, le acque piovane, allagato il vestibolo e le due casematte, fuoriescono dalle cannoniere per alimentare lo scolo della fossa esterna al bastione. Pare che questo scolo, che segue il perimetro esterno del bastione, non abbia i necessari sfoghi per permettere il deflusso rapido delle acque. Se questa condizione fosse confermata, dovremo aspettarci, almeno in caso di piogge persistenti la formazione di inconvenienti acquitrini. Dal punto di vista del restauro, quanto è stato introdotto sembra un grave difetto. Un sistema di controllo delle acque piovane è ben presente negli altri bastioni non manomessi e sembra funzionare soddisfacentemente, sotto gli occhi di tutti. A queste efficienti soluzioni è bene ispirarsi prima di mettere mano agli accessi delle gallerie che conducono dalla strada interna alle casematte. Abbiamo osservato che, con il recente restauro del bastione Alicorno, la piazzola esterna ad una galleria di accesso è stata allestita ad una quota tale che l’acqua piovana può allagare la stessa galleria. Ma, forse, qui il difetto è stato rimediato.
La proposta dunque di eliminare questa rampa e di ridurre drasticamente il cubo di calcestruzzo armato che la sostiene sembra assai giudiziosa perché mira alla conservazione della materia storica rimasta e, in particolare, crea il presupposto per la reintegrazione della terra asportata e per la rimodellazione funzionale appropriata del terrapieno.
Riaprire e restaurare gli accessi originari delle due casematte o piazzeforti.
Il tema degli accessi alle casematte è interessante, ma a motivo dei raffinati argomenti di conoscenza e conservazione che la loro scoperta ha sollevato. Gli studi più attenti alle primitive trasformazioni del sistema bastionano padovano hanno messo in luce quanto sia stata importante, ai fini di una radicale trasformazione del primitivo progetto di Alviano la direzione delle opere di difesa tenuta dai due Duchi di Urbino, i Della Rovere, padre e figlio. Sulla base degli studi fatti con speciale attenzione alle trasformazioni del Castelnuovo, risulta ormai evidente che uno dei punti cruciali dell’architettura difensiva è stato l’abbandono delle piazze basse a favore dell’allestimento, quasi generalizzato nelle difese padovane tra il 1514 e il 1550, delle piazze alte. Se il dato storico è il fondamento su cui si avvia e si mantiene il processo di conservazione del patrimonio della civiltà occidentale, si deve manifestare eguale interesse per tutti gli stati di trasformazione che l’antico oggetto dell’arte contiene, limitando gli interventi all’esplorazione non invasiva, al contrasto dei fenomeni di degradamento materiale, alla valorizzazione mediante fruizioni compatibili con un’ottimale conservazione. Con riferimento al caso considerato e, più in generale, all’intero sistema bastionato, si deve ritenere che lo stato iniziale delle opere di difesa, quello che fu determinato con le notevoli opere di scavo, sottofondazione e fondazione, meriti un interesse non pregiudizialmente superiore a quello riservato alle trasformazioni successive. La difficile assunzione di questo atteggiamento ideologico, per qualche aspetto almeno, si deve al ruolo svolto dalle mappe storiche nella formazione di un’idea semplice del sistema bastionato in quanto, per convenzione, esse rappresentano il territorio mediante proiezioni grafiche semplificate. Diversamente, lo studio della documentazione storica indiretta, il rilevamento critico e l’osservazione diretta permettono di riconoscere il valore storico delle trasformazioni e obbligano, conseguentemente, alla loro conservazione. Date queste premesse, ai tamponamenti dei due accessi, alla separatezza delle casematte, ai sigilli eventualmente posti alle bocche di fumo, ai tamponamenti delle cannoniere dovrebbe essere attribuito valore di documento storico importante. Il valore storico sarebbe, in prima approssimazione, da collegarsi alle trasformazioni ordinate dai due Duchi di Urbino e da altri Capitani generali, durante il corso dei lavori di costruzione del sistema bastionato. Si ipotizza così che si tratti di vere e proprie modifiche che presentano dignità architettonica o, perlomeno, predeterminati caratteri di ingegneria militare. Conservare il senso compiuto di questo documento significa pure ammettere che queste due casematte non siano mai state utilizzate e conseguentemente saper rinunziare ad una funzione attuale che sia allusiva di una condizione antica che, forse o probabilmente, non è mai esistita.
Tuttavia gli sfondamenti sono stati fatti. Si rifaccia una progettazione che consenta la visita o l’osservazione delle due casematte, ma che preveda l’eliminazione dei volumi invasivi che sono stati costruiti, risolvendo in questo modo pure i problemi gravi causati dalla raccolta delle acque piovane.
Ricostruire in terra la parte del bastione e del terrapieno distrutta.
I motivi estetici sono gli ultimi che si tengono in considerazione per motivare la contrarietà ai gabbioni di rete di ferri elettrosaldati impiegati per la costruzione della fantasiosa struttura sopra il bastione.Il danno patrimoniale e culturale che è stato commesso sembra come provocato dalla convinzione, o forse dal misconoscimento, che il terrapieno con il suo affaccio verso l’esterno della città non sia meritevole di essere conservato così com’era. Al contrario, quel terrapieno, che esisteva prima di queste ultime manipolazioni sul bastione, con i suoi profili verso l’esterno della città e pure con la sua siepe di bordura era il risultato di volontà storiche e artistiche di alto livello. Con questa operazione è stato menomato gravemente il valore di quel monumento che è parte del patrimonio pubblico.I gabbioni di rete devono essere rimossi anche perché costituiscono un danno permanente per le strutture in laterizio e conglomerato sottostante. È stato osservato che il contenuto di questi gabbioni ha caratteristiche molto simili a quelle di una spugna cosicché l’acqua piovana assorbita continua ad essere rilasciata copiosamente anche dopo giorni dall’ultima precipitazione meteorica. Questa condizione deve essere considerata come preoccupante in quanto alimenterebbe probabilmente, nei mesi invernali, fenomeni di disgregazione dei laterizi e della massa di conglomerato a causa dell’azione gelo disgelo.
Si giudica saggia la proposta che l’Associazione ha fatto di ripristinare i profili del parapetto e del terrapieno conforme a quanto precedentemente esisteva (esistono sicuramente documentazioni fotografiche), ma con l’adozione della tecnologia e delle tipologie dei materiali che possono utilissimamente essere copiate dai bastioni della città ancora non manomessi con lo scopo di riqualificarli.
Nota sui costi.
Sembra che fino ad ora, mediante tre finanziamenti distiniti, siano stati spesi circa un milione e trecentocinquantamila euro.